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La legge 18/2015 sulla responsabilità civile dei magistrati

La legge 18/2015 sulla responsabilità civile dei magistrati, che ha integrato la precedente normativa, è già all'esame della Corte Costituzionale. L'hanno spedita alla Consulta i Tribunali di Treviso e di Verona. E chi può dargli torto? È una legge frutto del risentimento della classe politica nei confronti della magistratura, o meglio del timore reverenziale del potere esecutivo (così malamente rappresentato il nostro) nei confronti del potere giudiziario. È, in una parola, una legge che paralizzerà la giustizia, sia quella civile che quella penale. Non mi intratterrò sull'esame del testo che è stato già frutto del commento di autorevoli giuristi, tutti, nessuno escluso, schierati nell'una o nell'altra trincea. Mi limiterò ad osservare che l'eliminazione del filtro di ammissibilità della responsabilità del magistrato e la formulazione di un nuovo e diverso addebito, "il travisamento dei fatti e delle prove", costituiscono la porta d'ingresso di un infernale girone dantesco nel quale ogni illecito sarà assolto o prescritto, ogni diritto o ragione civile resteranno insoddisfatti. La formula "travisamento dei fatti e delle prove" è un capolavoro di ambiguità degno della sofistica presocratica. A prescindere infatti dalla considerazione che il travisamento è un comportamento attivo e intenzionale che consiste nella alterazione della realtà, e dunque dovrebbe intendersi come consapevole e doloso, a prescindere dalla proprietà del linguaggio che purtroppo non è una dote dei nostri politici - legislatori improvvisati -, che diavolo vorrà dire la formula adottata dal legislatore? Esclusa, infatti, la "alterazione intenzionale" che, se posta in essere dal giudice sarebbe comportamento gravissimo, a prescindere da ciò, la formula è semplicemente folle e tale da realizzare in concreto una vera e propria paralisi della giurisdizione. Non c'è processo civile o penale nel quale il giudicante non sia tenuto a valutare i fatti e le prove cosicché qualunque valutazione che scontenti la parte che se ne ritiene danneggiata potrà essere qualificata come travisamento; passi per il travisamento dei fatti che, tutto sommato, potrebbe indicare una condotta del giudice disattenta e comunque censurabile, ma "travisamento delle prove", che diavolo significa? In ogni processo che si rispetti ci sono prove pro e contro; se il giudice attribuisce rilevanza alle une piuttosto che alle altre in ragione di una sua personale percezione e ricostruzione della realtà, che discende dalla sua formazione personale, culturale, professionale commette travisamento dei fatti? Se è così nessun processo potrà essere celebrato e deciso, se non a rischio di vedere il giudicante destinatario di una azione di responsabilità, poco importa se temeraria, quando l'oggetto del contendere in materia civile o penale meriti di correre il rischio, peraltro modesto, della condanna alle spese o di quella ex art. 96 c.p.c. Figurarsi quello che accadrà in materia civile in tema ad esempio di procedimenti cautelare e di urgenza per i quali la necessaria sommarietà del rito impone al giudice una valutazione rapida dei fatti e delle prove offerti dal ricorrente. Figurarsi di quanto cresceranno le astensioni e le ricusazioni sorrette da una normativa così conflittuale nei confronti del giudicante da percorrere l'intera sua attività a far tempo dalla valutazione delle prove. Parlo da civilista, ma non credo che nel penale andrà meglio. Oltretutto la "brillante" trovata del legislatore incoraggia un atteggiamento ormai evidente nella prassi, dirò meglio nella politica degli uffici giudiziari, quello di scoraggiare il contenzioso facendo leva su questioni di inammissibilità (in ciò è maestra la Cassazione) o, in materia cautelare, scoraggiando l'accesso agli istituti con la politica dei rigetti, tanto frequenti quanto sommari. L'intenzione dei politici e quella di una parte della magistratura (magari anche offesa ma non giustificata dalla inefficienza degli strumenti e delle strutture) sembrano convergere. Non altrettanto può dirsi quanto agli utenti che vedono sempre più compromesse nelle scadenze e nei tempi le loro aspettative di giustizia, viste ormai dai poteri forti come fastidioso incomodo.

Giorgio della Valle

Avvocato del Foro di Roma

P.S. Cose da pazzi! Adesso il datore di lavoro può controllare telefonini e pc dei dipendenti! Manca solo la Gestapo! Che fa l'Avvocatura italiana? Come sempre tace?