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C'era una volta In Giustizia

Qualche temAntonio Conte po fa, tra il 1960 e il 1970, quando ricopriva l’incarico di procuratore generale della Corte di Appello di Roma il Dr. Luigi Giannantonio, assistemmo ad una vera e propria politica giudiziaria nei confronti della pubblica amministrazione, se pur meritevole negli intenti dell’alto magistrato per la buona amministrazione del pubblico denaro, sicuramente discutibile nelle singole iniziative penali. La Magistratura, usando l’arma dell’incriminazione, ritenne di controllare la spesa pubblica, sostituendosi al Parlamento e alla Corte dei Conti. La campagna giudiziaria per la moralizzazione della vita pubblica, pur meritoria negli intenti, suscitò consensi ed elogi, ma questa legittima azione giudiziaria comportò che alcuni magistrati si ritenessero investiti di una missione che li spinse a debordare dal perimetro della funzione giurisdizionale ed in alcuni casi a tracimare dai confini della specifica competenza, con la corsa all’emulazione dei pubblici ministeri ad incriminare politici e amministratori pubblici di vario livello,con esiti di ripetute assoluzioni in dibattimento e riduzioni per qualità ed entità delle condanne.

L’effetto collaterale non produsse la purificazione del malgoverno e, paradossalmente, suscitò nell’immaginario collettivo l’opinione di impro prio profilo dei protagonisti dell’azione inquirente,

con criticabili forzature, dolose disattenzioni. Si può ricordare il caso Marotta e Ippolito, la pacata e nobile voce di Arturo Carlo Jemolo sullo sperpero del pubblico denaro da parte del giudice penale, le critiche di autorevoli giuristi, come Giuseppe De Luca e Antonio Chiavelli e le posizioni di Calamandrei sulla questione della obbligatorietà dell’azione penale.

E’ difficile accettare che ad ogni accenno di revisione del principio della obbligatorietà dell’azione penale, dell’assetto del pubblico ministero e della funzione di accusa, si chiami in causa l’indipendenza della Magistratura urlano all’attentato, al pericolo per la democrazia, al decesso dello Stato di diritto. Il suggestivo richiamo al principio costituzionale dell’esercizio obbligatorio dell’azione penale verrebbe vulnerato dal c.d. principio di opportunità dell’azione penale, facendo soggiacere il potere-dovere di intervento del pubblico ministero al capriccio di maggioranze parlamentari o ad influenze di governi.

Se tutti i crimini non possono essere efficacemente perseguiti, si vanifica il principio dell’uguaglianza del cittadino di fronte alla legge, in quanto il magistrato volontariamente dovrà decidere quale indagine compiere. Infatti, le statistiche ufficiali registrano che solo il 10% delle ipotesi di reato vengono perseguite. Assistiamo ad un certo integralismo giudiziario, contrario ad affrontare alcune proposte di riforma, mentre è facile rispondere con la vecchia proposta Calamandrei, o tutte le successive, da Pizzorusso agli altri che intendono riportare l’organo dell’ufficio del pubblico ministero al suo ruolo costituzionale e processuale di parte del processo e non di arbitro insindacabile e isolato dell’iniziativa penale,in totale latitanza di producesti misure in ordine alla responsabilità, civile e disciplinare, per gli atti compiuti in pregiudizio dei principi di imparzialità ed indipendenza della funzione, come pure sul mancato riserbo dell’indagine, delle garanzie dell’indagato. Ricordare il libro “La repubblica dei procuratori” del compianto Guglielmo Negri o “I Giudici e la politica” di Achille Battaglia, il calvario giudiziario di Luttazzi, il caso Sarcinelli, da Elena Massa agli avvocati sardi del caso Emanuella, è la riprova che si incarcera spesso con facilità e con leggerezza senza alcuna conseguenza per chi ha l’immenso potere di decidere misure coercitive della libertà personale del cittadino. Di fronte alla grande schiera di giudici che operano quotidianamente con riserbo e dedizione occorre porre un freno a quelle pattuglie agguerrite ed improvvide di minoranze, specialmente di quelli che tracimano in Parlamento, che possono delegittimare l’intero corpo della Magistratura.

Si può ancora ricordare il VI convegno nazionale del 1969 sul tema della “preparazione, scelta e formazione del giudice e dell’avvocato” che seguiva quello del 1966 “natura e funzioni del pubblico ministero lineamenti per una riforma” (Maranini, Conso, Leone, Fazzalari, Pisapia, Pizzorusso, Scardia, Rosso, Sabatini, Giallombardo, Madia, Mazurca, D’Ovidio), vivamente osteggiata dalla Magistratura. Per finire con la contestata riforma dell’Ordinamento giudiziario, di matrice c.d. fascista, che è rimasto in vigore per ben 64 anni dal 1941 al 2005.

Come pure l’uso della custodia cautelare a scopo esemplare senza alcuna reale esigenza processuale, segnatamente la cattura dell’attore Bramieri implicato in un sinistro stradale, con evento di omicidio colposo (non era ubriaco), le censure nei confronti prima degli eversori dell’ordine costituito, sesso e religione, poi nei confronti di grandi artisti italiani Pasolini (La ricotta), Benigni e di grandi benefattori sociali, processo Muccioli.

L’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, che nessuno ragionevolmente mette in discussione, potrebbe tradursi in una posizione egemonica del “potere” dei Magistrati, in particolare delle loro istituzioni.

Al convegno di Siracusa del 1983 sui rapporti tra giustizia e informazione Alfonso Madeo sottolineò tendenze della Magistratura italiana verso l’egemonia, con segnali di insofferenza verso il diritto dovere dell’informazione. La Magistratura si ritiene investita della missione di salvare la Repubblica, ultimo baluardo dello Stato di diritto.

L’amministrazione della giustizia in nome del popolo e la soggezione dei giudici solo alla legge, secondo l’art. 101 della Costituzione, non può legittimare interpretazioni estensive dei ruoli e degli indirizzi. Non appaiono previsti alcuna delega impropria di funzioni di supplenza né alcun rapporto esoterico o ermetico con la volontà della legge.

Da autorevoli giuristi è stato sottolineato che i simulacri dell’indipendenza della Magistratura e della obbligatorietà dell’azione penale si possono tradurre in un forte potere discrezionale.

Una coazione a ripetere nel segno dell’infallibilità, dell’indipendenza, della totale abnegazione al proprio dovere, nel rispetto della consegna del silenzio sulle vicende passate e recenti del mondo della Magistratura non servono per attenuare inevitabili errori, sentenze sorprendenti, giudizi imbarazzanti che investono anche l’ambito dei processi civili spesso dimenticati di fronte all’allarme più penetrante di quelli penali.

Per riformare la “Giustizia” occorrono anche conoscenze importanti e fondamentali, referenti scientifici, quali la teoria del sistemi, la macroeconomia, la statistica descrittiva e l’econometria, la sociologia del diritto, la teoria e tecnica della ricerca sociale e analisi dell’organizzazione.

Come ha sostenuto la Dott.ssa Boccassini, troppo protagonismo mai una autocritica. Guardare dentro le proprie istituzioni, con spirito critico, con intelligenza indipendente, liberandosi con fatica della malattia professionale, che fatalmente ci travolge, è il compito più difficile che dobbiamo compiere, con professionalità, rigore, correttezza, conoscenza della realtà.

Le decisioni dei Giudici sono insindacabili sul piano tecnico, ma la trasparenza, la legalità, l’adempimento del proprio dovere possono essere dichiarati solo accettando i controlli, le ispezioni, le critiche, le analisi ed anche le accuse. Solo le corporazioni si chiudono all’invadenza del diritto di critica, della dialettica, del confronto. Il Magistrato applica la legge, ma può anche non applicarla o applicarla erroneamente.

Lasciare che si possa giudicare il proprio operato, il proprio compito è l’indicatore privilegiato della propria buona fede, della consapevolezza di avere agito con diligenza e competenza.

Pur se legittima può apparire la difesa contro la separazione delle carriere, la abolizione della progressione automatica, la delegittimazione della Magistratura, non può essere disatteso l’impegno a rimuovere il volto opaco della Giustizia, a ristabilire la fiducia dei cittadini in una Giustizia sfigurata, polverizzata, azzerata da decenni di fallimenti, di inutili convegni, dibattiti, relazioni, documenti, programmi.

Anche se la Magistratura per la sua storia ed il suo ruolo è chiamata a difendere la propria indipendenza ed autonomia, l’obbligatorietà dell’azione penale, stigmatizzando gli attacchi che subiscono i magistrati, unico presidio dello Stato di diritto, non può tacersi che i magistrati capaci lo sono per virtù propria, perché tali sarebbero in ogni campo, come lo sono quelli incapaci, per impreparazione o inettitudine.

Al pubblico non interessano i santuari intoccabili della Magistratura, le interne vicende della istituzione giudiziaria, la passione delle correnti, le scalate per gli incarichi. Il Paese vorrebbe vedere gli operatori della Giustizia tutti i giorni in prima linea per organizzare una amministrazione della giustizia efficace, efficiente, giusta. 10 milioni di processi (penali e civili) pendenti, ancora da celebrare, è un indicatore così forte che invita tutti al silenzio e chiama tutti a fare.

 

Antonio Conte

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