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L'alternativa politica è costituzionale

Doveva cadere, ha resistito, la piazza si è scatenata. Se questa testata fosse stato un quotidiano, così avrei titolato in prima pagina la giornata del 14 Dicembre a Roma.
Sono perfettamente cosciente che le violenze di piazza non avevano quale obiettivo ufficiale il voto di fiducia al Governo Berlusconi, ma il progetto di riforma dell’università promosso dal Ministro Mariastella Gelmini: tuttavia nessuno potrà negare sia che tale riforma era legata alla sorte del Governo, sia che in politica quasi mai manifestazioni di una certa rilevanza si verifichino per caso.
La rabbia è scoppiata perché è saltata l’opportunità di far scendere di sella il nemico Berlusconi, offerta su un piatto d’argento ai propri avversari storici della sinistra dal progetto politico di Gianfranco Fini.
Era una occasione irripetibile, il Cavaliere si era giocato tutto, se avesse perso sarebbe finito politicamente, anche perché il PDL si sarebbe sfaldato, con molti deputati e senatori che sarebbero saltati in corsa sul carro del vincitore.
Il Presidente Napolitano avrebbe dovuto scegliere a chi dare il mandato di formare il nuovo Governo e non avrebbe che potuto prendere atto di chi era stato sfiduciato e di chi era stato scelto dagli elettori per formare la maggioranza ed ora godeva la fiducia anche dell’opposizione. Né, probabilmente, ne sarebbe stato personalmente dispiaciuto, dati i suoi trascorsi politici.
L’obiettivo delle forze di sinistra era chiaro, come se la storia si potesse ripetere ed in Italia si potessero creare i presupposti di ciò che avvenne cento anni fa in Russia, allorché i menscevichi aprirono le porte della rivoluzione e del potere al bolscevismo.
Il Presidente della Camera era (e rimane tuttora) per la sinistra il cavallo di Troia per far saltare quel modello politico che, dal 1994 in poi, l’ha relegata di fatto ad un ruolo di comprimaria, ancorché ben radicata sul territorio, o di meteora nel potere centrale.
Ciò non significa che Fini sia un fantoccio nelle mani dei suoi principali avversari di quando militava in Alleanza Nazionale e che egli sia disponibile a subire la sorte del leader menschevico, Julius Martov: e ciò non solo perché, obiettivamente, Bersani non ha la statura di Lenin, ma in quanto l’attuale situazione nazionale ed internazionale è diversa da quelle di un secolo fa in Russia.
Tuttavia è chiaro che, non avendo programmi e leaders alternativi, la sinistra si affida alla storia ed utilizza il nemico comune per tentare alleanze altrimenti inaccettabili anche dalla propria base: lo fece durante la seconda guerra mondiale, con il CLN (anche Ivanoe Bonomi era un socialdemocratico, come i menscevichi), lo fece successivamente, affidandosi al collante dell’antifascismo, che ha funzionato sino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.
Il fatto che sia scoppiata la rabbia dei centri sociali deve costituire un monito per coloro che, in buona fede, ritengono che si possa costruire una alternativa a Berlusconi provocandone il crollo e non attraverso un progetto intellettuale di più ampio respiro, nel quale siano evidenziati un nuovo modello di stato che non può più essere quello della attuale Carta Costituzionale.
E ciò non perché la Costituzione sia una cattiva legge fondamentale o perché essa vada buttata in un cestino come un retaggio del passato, ma solo perché è stata concepita in un momento storico diverso. Una costituzione di uno stato del Vecchio Continente non può, innanzitutto, non tener conto di aver rinunciato ad una serie di prerogative nazionali in favore dell’Unione Europea e che, quindi, il suo modello organizzativo deve essere molto più agile.
Anche perché l’allargamento dei confini politici ha avuto quale inevitabile conseguenza che la nazione sia meno sentita come comunità di riferimento del singolo individuo: né potrebbe essere altrimenti, pena il fallimento del progetto Continentale.
Poiché, però, ogni essere umano ha necessità di appartenere ad una comunità, era analogamente inevitabile che l’allargamento dell’area di riferimento dei singoli li avrebbe portati a ricercare delle identità culturalmente più legate al territorio di nascita, alle famiglie di origine, ai dialetti ed a tutto ciò che si trova nel proprio DNA e rischia di essere travolto da quell’ondata di diversità costituita da un’unione nata su una moneta, piuttosto che su una storia comune.
Ondata, peraltro, ampliata in modo esponenziale da un fenomeno migratorio asiatico ed africano che ha radici anche religiose estranee alla storia delle singole nazioni europee. Il fenomeno dei regionalismi non è solo italiano con la Lega, ma è europeo ed è la diretta conseguenza dello sviluppo dell’Unione Continentale: non a caso alcuni stati creati dalla politica, quali la Cecoslovacchia, si sono divisi poco dopo la caduta del muro di Berlino e il piccolo Belgio, pur denso di storia e da molti più anni dell’Italia con le frontiere praticamente aperte, rischia di dissolversi.
Le comunità territorialmente più piccole, avendo matematicamente un numero più elevato di «minimi comun denominatori», appaiono l’unico strumento di tutela degli interessi dei singoli appartenenti, altrimenti soffocati dalla molteplicità dei contrapposti input che provengono da una Unione che batte moneta, ma non è Nazione, che ha un Parlamento, ma non legifera erga omnes nemmeno in alcune materie, che non ha una politica estera e non ha partiti politici comuni.
Il regionalismo e l’esaltazione delle piccole comunità hanno quale ulteriore conseguenza che il razzismo sia strisciante, in quanto si concepisce intellettualmente la identità straniera come fonte di pericolo per il proprio microcosmo, mentre si assorbe con relativa disponibilità il singolo extracomunitario che cerca di integrarsi lavorando, salvo guardarlo con sospetto allorché si verifichino eventi criminosi di cui sia imputato un esponente della sua nazione di origine.
E’ solo discutendo quotidianamente questi temi per costruire un nuovo modello di stato comune a tutti gli europei che può nascere l’alternativa a Berlusconi: se non avviene è perché, così, si creerebbe una classe dirigente giovane che si liberebbe anche del retaggio di Bersani, Casini, Di Pietro e Fini…

Romolo Reboa
Avvocato del Foro di Roma

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